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recensioni

giovedì 2 marzo 2006

dal BRESCIAOGGI inserto spettacoli - autore FABIO BIX

«Come sorpresa, non era male. Attraverso la bruma, era così stupefacente quello che si scopriva all’improvviso che noi all’inizio rifiutammo di crederci e poi comunque quando fummo in pieno davanti alle cose, ognuno dei galeotti ch’eravamo s’è messo proprio a ridere, vedendo quello, dritto davanti a noi... Figuratevi che era in piedi la loro città, assolutamente diritta. New York è una città in piedi. Ne avevamo già viste noi di città, sicuro, e anche belle, e di porti e di quelli anche famosi. Ma da noi, si sa, sono sdraiate le città, in riva al mare o sui fiumi, si allungano sul paesaggio, attendono il viaggiatore, mentre quella, l’americana, lei non sveniva, no, lei si teneva bella rigida, là, per niente stravaccata, rigida da far paura».
Nel 1932 il libro "Viaggio al termine della notte" di L. Ferdinand Céline vedeva la luce. O meglio, iniziò ad abbagliare di luce propria chi vi s’approcciò da là all’eternità. Nel 1932 New York era già New York, da come s’evince nell’estratto descritto quissù. Quel libro, per la cronaca, è il mio Totem in assoluto. M’ha cambiato i parametri. Dopo di «lui» nulla più è stato come prima, per me, in fatto di leggere e scrivere.
Il Mamasaal Quartet, per metà, veniva da «di là». Mat Brewer, il contrabbassista, è proprio di New York, anche se la faccia è più da pub irlandese / stereotipatamente parlando, s’intende. Mark Turner, mulatto con sguardo da sfinge, viene lui pure dagli States, ed è tra i 5 saxofonisti migliori del globo / così m’han detto. L’altra metà del Mamasaal vien dall’Istria, con Aljosa Jeric alla batteria e l’istriano istrionico Samon Salamon alla chitarra.
Ora ti dovrei dire quel ch’è avvenuto là sotto, lunedì, all’Antica Birreria della Bornata 46, vero?
È che... spiegare la complessità è un affare ben complesso, soprattutto se vi cerchi membra e cuore. Questi del Mamasaal, l’ho detto, tecnicamente hanno un livello che è oltre il mio livello di comprensione, certo. Ma dir questo sarebbe semplice e semplicistico. E non è, no, tutto lì. Mi spiego/ o ci provo... In America latina, io, c’ho viaggiato un po’ di mesi, e, anche se certamente è complessa, il corazon è lì da toccare. New York, invece... un week l’ho fatto anche lì, e beh, dir ch’è impressionante è il minimo e l’ovvio che si può dire. Ma snidarne l’heart pulsante? Tra il traffico e «Le mille luci di New York» (altro gran bel libro), scovarne il sentimento e darne una chiave di lettura?... È un po’ più complesso, ti pare? Quindi, ti dico: il Mamasaal ha fatto un riassunto delle correnti del jazz in chiave contemporanea, dal melodico al free e al quant’altro, ma, anche, ha suonato un jazz di «altissima temperatura mediata dall’intelligenza» (suggerimento di Max); specie di specchio musicale del melting pot che New York rappresenta, è stato, direi, il Mamasaal quartet. S’è colto? Boh, spero.
In quanto ai retroscena ti dico che, prima del concerto, dovevan cenare e Mark non lo trovavan più. Dov’è di qui, dov’è di là?... Era, Turner, giù a fare yoga / anche questo può servire a capire...
In quanto alla bellezza sulla scena, invece, ti dico ch’ero in prima fila e a Mark gli guardavo la mano destra... / della pelle di pergamena scura / del sapore della cioccolata / d’ambrate unghie incastonate in fluide dita risolute / dei tendini tesi come funi da trazione/ dell’estuario di vene in rilievo / di.
La Bellezza è «oltre» e, inoltre, è asessuata.
Fabio Bix
 

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