recensioni
17 July 2006
JOHN ABERCROMBIE il Principe del Jazz
Sonorità «techno-chic» di rarefatta finezza, «cool sound» dalla ricchezza armonica variegata e cangiante, ora frastornante, ora carezzevole, sezioni ritmiche fatte di improvvisazioni fluide che corrono al battito del cuore, nell’interscambio vivissimo e preciso tra batteria, contrabbasso e chitarra a fare da «liaison»: tutto questo, ma anche molto di più, è John Abercrombie, in scena sabato sera all’auditorium San Barnaba, in occasione del terzo appuntamento di JazzOnTheRoad.
Introdotti dalla lettura ispirata di alcuni stralci da «Thelonius Monk: Himself», biografia densa di flussi e riflussi quasi ibseniani intorno alla vita di uno dei maggiori geni «disturbati da jazz», John Abercrombie e il suo trio - Adam Nussbaum alla batteria e Hein Van de Geyn al contrabbasso - hanno dato prova di un jazz pulsante dal linguaggio maturo e una padronanza della comunicazione strumentale pressoché assoluta, che li ha posti a livello internazionale come innovatori di una nuova concezione del suono. Una proposta di grandissimo livello qualitativo, apprezzata dal pubblico, che non ha lesinato certo applausi.
Attacchi misurati, armonici morbidi e sopraffini, eclettica versatilità in possesso del più pieno comfort esecutivo tra il cambio di «mood» tra un brano e l’altro, quasi che suonare jazz in San Barnaba per il trio Abercrombie non sia concerto, bensì un’informale prova tra amici appassionati di sperimentalismo ritmico, che vogliono raggiungere la perfezione nella più totale tranquillità compassata.
Hein Van de Geyn si segnala come formidabile continuatore di una scuola che da Scott Le Faro porta a Gary Peacock, secondo la ricerca di uno stile personale e difficilmente imitabile, ma teso ad ispirare future correnti di jazz che lo prendono a modello. A tratti nuances fredde e lievemente distratte enfatizzano la già grande signorilità del tocco dei tre musicisti, rendendo la performance complessiva un filone aristocratico per intenditori, un «jazz di nicchia» lontano dai clamori, piuttosto adatto alle atmosfere conchiuse di moderni «cotton’s clubs».
Maria Elena Loda
Introdotti dalla lettura ispirata di alcuni stralci da «Thelonius Monk: Himself», biografia densa di flussi e riflussi quasi ibseniani intorno alla vita di uno dei maggiori geni «disturbati da jazz», John Abercrombie e il suo trio - Adam Nussbaum alla batteria e Hein Van de Geyn al contrabbasso - hanno dato prova di un jazz pulsante dal linguaggio maturo e una padronanza della comunicazione strumentale pressoché assoluta, che li ha posti a livello internazionale come innovatori di una nuova concezione del suono. Una proposta di grandissimo livello qualitativo, apprezzata dal pubblico, che non ha lesinato certo applausi.
Attacchi misurati, armonici morbidi e sopraffini, eclettica versatilità in possesso del più pieno comfort esecutivo tra il cambio di «mood» tra un brano e l’altro, quasi che suonare jazz in San Barnaba per il trio Abercrombie non sia concerto, bensì un’informale prova tra amici appassionati di sperimentalismo ritmico, che vogliono raggiungere la perfezione nella più totale tranquillità compassata.
Hein Van de Geyn si segnala come formidabile continuatore di una scuola che da Scott Le Faro porta a Gary Peacock, secondo la ricerca di uno stile personale e difficilmente imitabile, ma teso ad ispirare future correnti di jazz che lo prendono a modello. A tratti nuances fredde e lievemente distratte enfatizzano la già grande signorilità del tocco dei tre musicisti, rendendo la performance complessiva un filone aristocratico per intenditori, un «jazz di nicchia» lontano dai clamori, piuttosto adatto alle atmosfere conchiuse di moderni «cotton’s clubs».
Maria Elena Loda
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